AI e Psicologia Intervista alla Dott.ssa Francesca Abignente

 

In questo video abbiamo affrontato un argomento attuale e profondo.
E per farlo ci siamo avvalsi dei uno specialista.

Nel confronto con la psicologa clinica Francesca Abignente, insieme a Marileda Maggi, abbiamo affrontato un tema sempre più centrale: l’impatto dei sistemi di intelligenza artificiale generativa (LLM) sui bambini, sugli adulti e sul modo in cui percepiamo voce, relazione ed empatia.

Uno dei primi punti emersi ribalta un luogo comune diffuso: i bambini non sono necessariamente i soggetti più vulnerabili di fronte all’AI.
Al contrario, possiedono spesso una capacità istintiva di riconoscere ciò che è umano da ciò che è artificiale, soprattutto sul piano sensoriale e sonoro. Il problema, semmai, riguarda gli adulti, che tendono a delegare, semplificare e “abbassare la soglia di attenzione”, affidandosi sempre più a sistemi automatici senza un reale pensiero critico.

 

 

 

 

La voce come segnale di sicurezza

Uno degli aspetti centrali del dialogo è il ruolo della voce.
Secondo la teoria polivagale, la voce umana è uno dei principali segnali di sicurezza per il sistema nervoso, soprattutto nei primi anni di vita. È attraverso il suono, il timbro, la prosodia e la risposta empatica che il bambino costruisce identità, relazione e senso di esistenza.

 

Le voci artificiali, per quanto realistiche, non portano esperienza vissuta. Possono imitare, ma non sostituire la dimensione relazionale ed empatica. A livello neurologico, la voce sintetica attiva processi più cognitivi e valutativi (“è vero o falso?”), mentre la voce umana lavora su piani più profondi e inconsci legati alla fiducia e alla sicurezza.

Il vero rischio: tempo, algoritmi e attenzione

Il problema non è solo il contenuto, ma la modalità di fruizione. A differenza dei media tradizionali, oggi i bambini (e gli adulti) sono immersi in flussi continui regolati da algoritmi progettati per trattenere l’attenzione il più a lungo possibile. Questo ha effetti sulla percezione del tempo, sulla concentrazione e sulla capacità di autoregolazione.

 

La mancanza di mediazione adulta, soprattutto su piattaforme apparentemente “sicure”, espone a una fruizione passiva e prolungata che può interferire con lo sviluppo dell’attenzione e del pensiero critico.

Empatia, relazione e illusioni conversazionali

Un altro tema chiave è l’uso dei chatbot come confidenti emotivi. Sebbene possano offrire un supporto momentaneo o organizzativo, non ascoltano davvero. Non hanno esperienza, intenzionalità né memoria relazionale. Quando la relazione con una macchina sostituisce quella umana, il rischio è una ritrazione sociale mascherata da dialogo.

 

Questo vale ancora di più nel rapporto adulto–bambino: l’apprendimento, la memoria e il coinvolgimento emotivo cambiano radicalmente quando una storia viene raccontata da una voce umana rispetto a una artificiale.

L’AI non sostituisce: amplifica

Il messaggio finale è chiaro e non allarmistico: l’intelligenza artificiale non è un soggetto, ma uno strumento. Non crea senso, non ha coscienza, non ha intenzione. Amplifica ciò che l’essere umano le fornisce. Senza cultura, consapevolezza e responsabilità, il rischio non è la tecnologia in sé, ma l’uso pigro e delegato che ne facciamo.

La vera risposta non è la fuga, ma la conoscenza: educazione digitale, pensiero critico e valorizzazione dell’esperienza umana, a partire dalla voce, dalla relazione e dall’ascolto.

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